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Civita d'Antino Storia - Arte - Leggende
PRESENTAZIONE 
di
Arnaldo Fabriani.
 

Nel momento in cui la presente monografia storico-turistica di Civita d'Antino viene consegnata alle stampe, non posso non esprimere un interno senso di compiacimento pari, forse, a quello che prova l'autore per aver felicemente condotto a termine la sua opera. E la soddisfazione innocente di quanti, disinteressatamente, concorrono o riescono a produrre qual che cosa di buono e di utile. Un anno fa, appena ebbi la sensazione che l'autore di questa pubblicazione aveva annotato, con amorosa diligenza, quanto riguarda la storia di Civita, lo incitai a scrivere facendogli balenare la possibilità che il frutto delle sue fatiche avrebbe visto la luce. Come non rallegrarsi se oggi, finalmente, Civita d'Antino, primo paese nella Valle Roveto, ha una decorosa illustrazione della sua storia e delle sue bellezze panoramiche? 
  
Il compiacimento nostro e dell'Associazione "Pro-Loco", che si e accollata l'onere della stampa, ha anche un'altra giustificazione: quella di costituire, con l'esempio, un valido sprone a tutti gli altri paesi della Valle affinché sorgano da per tutto analoghe iniziative e dalle ricerche e dagli sforzi di molti vengano portati alla luce i ricordi di una vita che, proprio perché si perde nella lontananza dei tempi, deve ispirare alle presenti nella generazioni motivi di legittimo orgoglio e di incitamento ad operare, in modo non indegno degli avi, in una non interrotta continuità di vita. 
 
Questo opuscolo vuol essere una sintesi della non ingloriosa storia millenaria di Civita d'Antino, sintesi suggerito dalla popolazione di divulgare le ricerche di emeriti studiosi e di fare il punto di quanto finora è stato scritto sull'argomento che dalla pretesa di costituire un'indagine storica originale e approfondita. Esso lascia la porta aperta a nuovi studi specie per quanto attiene alle lontane origini, alla rigogliosa vita del periodo romano, alle fervida esplosione ascetica del medioevo. Lo scritto, pur obbedendo a una consapevole preoccupazione di carattere scientifico, scorre agile e snello, perché si prefigge uno scopo essenzialmente divulgativo tanto e vero che riporta in appendice, opportunamente tradotte per l'intelligenza del comune lettore, le iscrizioni romane raccolte dal Mommsen. 
 
Il ponderoso argomento è trattato col freddo distacco dello storico ma col cuore e gli occhi di uno che ama profondamente il proprio paese nelle sue vicende, nei suoi drammi e nelle sue fortune. E' un contributo d'amore, insomma, che Settimio Maciocia offre a Civita d'Antino e, si sa, tutto ciò che scaturisce dall'amore sprigiona inevitabilmente intorno a se un profondo senso di simpatia e di avvincente fascino. Cosi, coll'opportuno ricordo dai significativi titoli di un'antica nobiltà; con l'esaltazione delle bellezze panoramiche che la natura ha concesso a questo nostro paese; con l'accenno, sia pure fuggevole, all'opera intrapresa per ridare - dopo le distruzioni operate dai terremoti, dalla miseria e dall'abbandono -nuovo fervore di vita. E' certamente di buon auspicio per un avvenire migliore e più prospero di Civita D'Antino.
                    2 Maggio, 1956. 

 

INTRODUZIONE 

Scrive Ignazio Silone nel volume d"Abruzzo e Molise "del Touring Club Italiano". Il destino degli uomini nella regione che da circa otto secoli viene chiamata Abruzzo e stato deciso principalmente dalle montagne. Per la natura impervia del territorio Equi, Marsi, Pelieni...Marrucini rimasero separati ed ostili quando Roma aveva gia estese le sue leggi a tutto l'occidente ". Guardiamo una carta della regione: ad oriente il Gran Sasso d'Italia a cui segue da presso il baluardo algido della Maiella poi la catena del Monte Velino, e quella ancora dei Simbruini. Ma nell'interno ecco la catena del Sirente, ecco i Monti Marsicani, Monti, monti, monti... Quando si scopre una pianura, essa sembra immensa come il mare, si tratti del Fucino o del piano di Cinquemiglia. 
  
Allorchè Roma fu fondata (753 a.C.) questi popoli avevano ... una lunga civiltà, e bastavano a loro stessi, pur rinchiusi tra i boschi ed annidati sulle montagne. Ma non erano selvaggi; scrive in l Pairibeni in Dalle antiche storie dei Marsi che fa parte di un raro volume edito dalla Soprintendenza ai Monumenti subito dopo il terremoto del 13 gennaio 1915: I monti della conca del Fucino ci hanno dato una serie cospicua di grandi dischi di rame e di bronzo finissimamente ornati di incisioni a bulino e di motivi a sbalzo, fastoso ornamento delle armature dei primitivi guerrieri marsi. Le tombe coeve del Foro Romano e dell'Esquilino e quelle di tutto il Lazio non solo non hanno dei corredi simili, ma sono incredibilmente poveri di bronzi e di qualunque oggetto in metallo. E' soltanto nel 430 che Roma mando un esercito, comandato dal console Giunio Bruto contro i Vestini, e li vinse. Più tardi ancora soggiogo Peligni e Marsi. I Marsi si mantennero fedeli a Roma anche quando Annibale invase il loro paese, saccheggiando ed uccidendo. E fedeli rimasero anche dopo la disfatta di Canne che pareva aver spenta la fortuna di Roma. Sempre ancora nelle guerre d'Italia e nelle esterne, contro le ferrate falangi macedoni e contro l'agile cavalleria numida, contro i carri falcati di Antioco e contro l'assalto urlante dei Cimbri, sempre per la salvezza di Roma protesero saldi i petti i buoni fanti marsi... 
  
Chiedevano gli Italici il diritto di cittadinanza, e Roma ostinatamente negava. Cosi il Paribeni. Nel 91 a.C. Peligni e Marsi formarono la Lega Italica che si diede per capitale Corfinio. La lotta fu condotta dai Marsi e fu dura. Ma Roma, applicando la massima del Divide et impera (buona allora, oggi e semprc) accordò la cittadinanza agli Italici che si sottomettevano, riuscendo cosi a disunire le forze Ed a trionfare. La provincia aquilana soffrì poi nelle lotte fra Greci e Goti, fece parte del Ducato di Spoletoal tempo dei Longobardi, e più tardi appartenne agli Svevi ed agli Aragonesi. Dopo la dinastia dei Borboni fu designata dalla dinastia di Madrid a reggere l'intero reame. Il profilo spirituale dell'Abruzzo è stato modellato dal cristianesimo, e l'Abruzzo è stato attraverso i tempi una creazione di santi e lavoratori. E' sempre Ignazio Silone che scrive.
Se si riesce a capire la figura di Celestino V si può capire l'Abruzzo.
Gli abruzzesi pure essendo tenaci lavoratori, hanno non so che strano pudore che inibisce loro di far chiasso, di mettersi in mostra di battere la grancassa insomma. Non sono molto loquaci, ma sanno essere osservatori profondi. Non fanno le rivoluzioni, ma sanno discernere con saggezza dove il bene e dove il male, per ricordarsene al momento buono.
 
Se un appunto dobbiamo far loro è di avere nel sangue una tal quale mollezza che (mentre li porta a criticare con voluttà ed a trovare con evidenza scultorea il lato ridicolo di una cosa, impedisce loro di costruire rabbiosamente come i tempi comporterebbero, di tendere all'elevazione spirituale e materiale. Che questo rilievo parta da un Abruzzese ci sembra, intanto, indice di mansuetudine e di modestia.... ma che poi egli, tutto considerato, ami svisceratamente la sua terra e gli uomini da essa generati, e ritenga bellissima e buonissima l'una e stupendamente perfetti nella loro umana impopolazione gli altri, è discorso che ogni buon italiano comprenderà e sottoscriverà.
 
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