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La Casa Ferrante
Subito dopo l'arrivo da Valmontone del capostipite Domenico, e l'ora del figlio: Ferrante Ferdinando Ferrante, morto alla fine del 1661, qualche mese dopo la morte del proprio figlio Pietro, deceduto a soli 51 anni nel maggio del 1661. Il Ferrante Ferdinando, agli inizi del 1600, dono alla Chiesa Convento di Santa Maria Maddalena, oggi scomparsa, un altare dedicato alla Santissima Concezione con un grande dipinto attribuito al pittore napoletano Pietro Stanzione (1585-1656) e "prospiciente l'Altare fece costruire la tomba gentilizia della famiglia". Il sacerdote Stefano Ferrante (1645-1720), fece costruire, adiacente il Palazzo della famiglia, la Cappella "gentilizia" dedicata a la Santissima Concezione, verso i primi anni del 1700 e, ciò, accadde dopo che il prebistero prese atto che la vecchia Chiesa Convento di Santa Maria Maddalena, ove suo nonno aveva lasciato i "sacri doni" dell'altare e del dipinto, era andata definitivamente in rovina. 
  
Sappiamo che almeno sino al 1663, data della visita di Mons. Maurizio Piccardi, Vescovo di Sora, c'era ancora la Chiesa Convento di Santa Maria Maddalena. La sua progressiva scomparsa e rovina va collocata in data posteriore ma non si conosce con precisione quanto tempo dopo. Nel Novembre 1711 "tutto e macerie", come risulta dalla relazione della visita pastorale del Padre Pietro Parente e dell'Abate Nicola Celli. L'altare e il dipinto furono traslocati nella nuova Cappella "gentilizia", dove si trovano attualmente e che dal loro contenuto religioso, dedicato alla Santissima Concezione, questa Cappella prese il nome. Sotto l'altare, più tardi, agli inizi del 1800, vennero sistemate le spoglie di San Lucio martire, date in "patronato" da Papa Pio VII ai Ferrante.
 
Sarà il sacerdote Giuseppe Ferrante (1682-1754) ad ottenere da Papa Clemente XII, nel 1735, il "riconoscimento di altare privilegiato per la Cappella della S.S. Concezione" (7). Filippo Ferrante (1687-1781), come risulta dalla lapide collocata nel 1761 nella Cappella, procedette ad ordinare lavori per ingrandire questo sacro luogo e decise "con autorità di giudice ordinario, che ogni mese venissero celebrate cento messe per se ed i suoi e cento per i defunti (8). Aniceto Ferrante (1823-1883), fu Vescovo di Gallipoli e di lui resto per sempre il ricordo di essere stato "uno scrittore illustre". Subito dopo la meta del XVIII secolo compaiono due Ferrante tra i più rinomati: Domenico (1752 1820) e Francesco (1755-1815), ambedue archeologi. Al primo, Civita d'Antino, dopo ciò che fece il Febonio molti anni prima pi, deve buona parte della conoscenza di alcuni importanti momenti e monumenti della sua grande storia passata; mentre lo stesso accade a Luco dei Marsi con il secondo. Infatti, Domenico e considerato il "primo archeologo di Civita d'Antino ", scopritore di gran parte della documentazione epigrafica che poi studio, decifro e classifico Teodoro Mommsen (9) mentre Francesco e considerato, invece, lo scopritore dell'antica Angizia. 
   
Nel caso singolare di Domenico, va ricordato un particolare essenziale per Civita d'Antino, e cioè il fatto che il prete e avvocato Domenico De Sanctis, abbia potuto scrivere, senza aver mai visitato il Paese, la sua "Dissertazione Terza. Città e Municipio ne' Marsi", nel 1784, attingendo notizie e dati precisamente da Domenico Ferrante. Nella riduzione che fece di quest'opera classica per i civitani l'Ingegnere Francesco Di Cesare, leggiamo: "Quelli che qui abbiamo menzionato sono i Magistrati ed i Collegi del Municipio Antinate rammentati da questi marmi. Forse un giorno, se vedranno la luce altre lapidi antiche ora sepolte, si avranno notizie di altre Cariche, di altri Sacerdozi e di altri Collegi. Se dopo tanti secoli torna a rivivere nella memoria degli uomini questa Città e Municipio dei Marsi, e solo per opera di un nobile suo cittadino, il sig. Domenico Ferrante, che mosso dal suo bel genio erudito non risparmio ne fatica ne spesa nel ricercare, disseppellire, trasportare e riunire nella sua casa, dove oggi si conservano questi preziosissimi monumenti della sua Patria. Serva il suo buon gusto di esempio ad altri nobili Marsi nel rintracciare e conservare le antiche memorie della loro Patria e Nazione. 
  
Calchi infine il piccolo Filippo Ferrante le orme di questo zio paterno, affinche facendo un giorno anch'egli nuove ricerche possa ancor più confermare guanto l ' autore di questa dissertazione, suo prozio materno, ha avuto modo di raccogliere su questa Antica Città e Municipio d'Antino (11). Dell'immane opera sia di Domenico che di Francesco, altri due grandi archeologi, il Premio Nobel per la letteratura 1902, Theodore Mommsen e il gesuita Raffaele Garrucci, si esprimo con parole di elogio e ammirazione e non risparmiano nulla per sottolineare il contributo che loro diedero alle scienze storiche in generale. Il Garrucci, in particolare, riferito a Francesco, ricorda che si deve "a lui la notizia e le varie copie della celebre lamina posseduta tuttora dall'Onorevole ed eruditissimo Signor Antonio Ferrante " (12).. 
  
Evidentemente si parla della lamina in bronzo conosciuta come il "Magistrato di Venosa" ("Pacujo Medis o Medixtuticus") che si trova attualmente nel Museo del Louvre a Parigi, dove finì dopo la sua scomparsa dal Palazzo Ferrante. Alcuni testi affermano, senza esibire documenti che lo attestino, che questa lamina sarebbe stata venduta dai Ferrante ai Colonna e questi l'avrebbero venduta al Louvre. Invece, Antonio Ferrante, nel suo libro del 1977, scrive: "Da ricerche fatte effettuare da me, recentemente, al Louvre risulta che la iscrizione e stata venduta al Museo il 30 giugno 1897 "da parte di un certo Canessa e il luogo del rinvenimento della stessa e Antinum ' (13). Oltre alla sua attività scientifica come archeologo, Francesco, discopritor d'Angizia ", come lo definisce il Guattani (14), e legato particolarmente alla Cappella della Santissima Concezione, poiche egli e anche la persona alla cui il Vicario Generale del Papa, Benedetto Ferraia, (Patriarca Costantinopolitano, facente le veci del Cardinale Giacinto Ponzetti, custode della Sacre Reliquie ), con la Bolla del 16 Aprile 1806, dono ai Ferrante sottoforma di "patronato" le sacre spoglie di San Lucio martire, che l'11 aprile del 1804, per volontà del Papa Pio VII, erano state estratte dal cimitero di S. Priscilla in Roma,Via Salaria. 
   
Filippo Ferrante (1783-1845), ebbe un figlio, Giacinto (18291868) che divento Sindaco di Morino, cosi come Antonio Ferrante (1786 -1869), il più politico della casata, fu il primo Sindaco di Civita d'Antino dell'Italia unita, nel 1861, per decreto del Re Vittorio Emanuele II'. Antonio, sposo due volte con donne di Luco dei Marsi (Maria Ercole) e di Alvito (Maria Panicoli Rossi) e dedico la sua vita agli affari politici senza tralasciare l'amministrazione del patrimonio familiare. Si occupo degli affari privati del Re Francesco I' di Borbone per l'intera provincia di Napoli. "Questo spiega la ragione per cui il figlio, Ferdinando II; il 12 luglio 1832, fu ospite in Civita d'Antino. A ricordo della visita, il Re concesse il privilegio dalla catena di ferro che ancora esiste dinanzi il portone deI Palazzo Ferrante ". (15) 
   
Nell'aprile del 1832 Antonio Ferrante viene nominato, per decreto reale, Presidente della Commissione Distrettuale di Avezzano; organismo che doveva segnalare alle rispettive autorità i bisogni e desideri della popolazione del Distretto. Il corpo elettorale della Marsica lo elesse deputato al Parlamento Borbonico del 1848 e più tardi, in seguito ai tumulti del maggio dello stesso anno che indussero Ferdinando II' ad indire nuove elezioni, venne rieletto nel Collegio di Avezzano. Ma, qualche settimana dopo, il 10 luglio, Antonio Ferrante rassegno le dimissioni motivandole per ragioni di salute, cosa non esattamente vera poiché, in realtà, era in forte contrasto con il Re. Ormai si era convinto che l'unita dell'Italia non solo era inevitabile ma anche necessaria. Antonio, nella sua lunga vita, 83 anni ben portati sino alla fine, ospito nel Palazzo di famiglia una lunga schiera di artisti, intellettuali, uomini di cultura e scienza, italiani e stranieri, e grazie alla loro opera, portata a compimento sotto la paterna ospitalità di Antonio Ferrante, oggi si conservano parecchie testimonianze sulla storia di Civita d'Antino. 
  
Di Emilia Ferrante (1825 ? ) che contrasse matrimonio a Sora con Pietro Bastardi, ci parla il Mommsen nel suo "Corpus" in cui ricorda il suo grande interessamento per l'archeologia. Poi seguono: Domenico Ferrante (1829-1914), tenuto a battesimo da Carlo Morichini, che poi divenne Cardinale di Santa Romana Chiesa e che era figlio del grande Domenico Morichini (16); Manfredo Ferrante (1819-1881), il cui matrimonio con Caterina Decy fu celebrato nella Cappella della S.S. Concezione dal Vescovo di Sora di allora, Mons. Giuseppe Pontieri, cosi come accadde con il matrimonio di Luisa Ferrante (1860-1933) con l'avvocato Matteo Marinaci, celebrato dal Cardinale Ignazio Persico. Finalmente dobbiamo ricordare, seppur brevemente, Enrico Ferrante (1861-1943), Sindaco di Civita d'Antino per molti anni e Filippo Ferrante (1862-1915), Pretore onorario di Civitella Roveto, morto in un albergo di Avezzano la notte del 13 gennaio 1915, giorno del grande terremoto. 
  
Le donne della casata Ferrante di cui esiste qualche notizia, non sono molte; alcune di esse, fra il 1690 e il 1870, diventarono religiose: Ippolita (1690 -?), Egizia (1722-?), Costanza (1756-1812) e Giacinta (1815-1870). Esistono alcune notizie su altre dieci donne, sposate o nubili. Un'altro dato importante riguarda invece i 9 maschi che tra il 1645 e il 1896 divennero preti. Fra loro spiccano tre: Padre Giuseppe Ferrante (1754-1803) che divento Direttore del prestigioso Collegio Capranica di Roma; Monsignore Aniceto Ferrante (1823-1883) consacrato Vescovo di Gallipoli e Padre Francesco Ferrante (1818-1896), Provinciale dei Gesuiti per la Provincia di Napoli. Su 28 Ferrante, discendenti diretti del capostipite Domenico, vissuti tra il 1610 e il 1977, l'età media risulta molto elevata: 70 anni. I casi più longevi, con 80 o più anni di vita, sono 11. Due superarono i 90 anni: Filippo (16871781) e Alessandro (1718-1808). 
  
Resta per approfondire una questione più generale, e cioè, il rapporto di queste persone con la popolazione di Civita d'Antino, con le sue istituzioni e con la sua vita socio-politica nonché economica-culturale, rapporto che si protrae sino ai giorni nostri nella persona e famiglia di Filippo Ferrante. Quello squisitamente culturale appare come il meno problematico e il giudizio complessivo, per quanto siamo riusciti a capire e altamente positivo e lusinghiero per i Ferrante. E' evidente che dettero un grande contributo alla conoscenza del passato storico di questa cittadina e senza l'opera molteplice di molti di loro, i "silenzi" civitani sarebbero ancora parecchi. Tra l'altro, ascoltando molte testimonianze orali degli attuali civitani, ciò traspare in modo limpido e affettuoso, con qualche dubbio, qua o la, per quanto riguarda la fine che hanno fatto tanti beni artistici (dipinti, statue, libri, documenti, ecc.) che, ovviamente nessuno contesta come legittimamente appartenenti alla casata.
  
Si tratta piuttosto, mi sembra di aver capito, di una sorte di nostalgia nel senso di aver preferito che restassero presso il Palazzo da dove, per motivi di proprietà, eredita, dono, ecc. sono usciti prendendo altre strade. Per quanto riguarda invece l'ambito dei rapporti economici, essendo stati i Ferrante i più grossi proprietari terrieri del luogo, resta un ricordo ambivalente come accade spesso in questi casi: da un lato la gratitudine dovuta ai datori di lavoro, con l'indiscussa riconoscenza, che raggiunge anche la dimensione politica, per quanto la famiglia Ferrante fece in favore del progresso materiale e la crescita del paese; d'altro lato serpeggiano ricordi meno grati per quanto riguarda l'esercizio del potere economico della casata nei confronti dei diritti salariali, sindacali o sociali. Ad ogni modo, un vera ricerca su queste materie, e certamente non e questo il nostro scopo in questo libro, dovrà tener sempre conto delle condizioni storiche del momento. 
  
Sarebbe errato e ingiusto giudicare questo passato con i criteri dell'odierna realtà come errato e ingiusto sarebbe che domani, fra 100 o 300 anni, le nostre civiltà d'oggi venissero giudicate con parametri del 2100 o del 2300. Ogni momento della storia ha le sue coordinate per essere capito e quindi nessuna estrapolazione di fatti ed avvenimenti dal suo contesto spazio-temporale appare corretta e legittima. Sono questi i principi normativi che dovrebbero guidare anche, e soprattutto, un'approfondita ricerca per quanto riguarda l'aspetto forse più centrale di questi rapporti, vale a dire, l'ambito politico. Civita d'Antino ha avuto due Sindaci usciti dalla casata Ferrante. Addirittura, il suo primo Sindaco, come in precedenza accennato, dal giorno dell'unita d'Italia e stato un Ferrante per nomina del Re. In questo campo, volente o nolente, subentrano in modo più palese, anche se a volte mascherate, considerazioni di parte, di appartenenza a gruppi politici che a Civita d'Antino, come altrove, si sono dati battaglia nella dialettica democratico-elettorale. 
  
Nella prospettiva politico-elettorale, ma anche in altre di tipo economico, sociale o culturale, va ricordato che non sarebbe giusto prendere i Ferrante come un gruppo omogeneo in cui tutti hanno pensato e agito allo stesso modo; anche tra i tanti discendenti del capostipite Domenico, lungo quasi cinque secoli, sono esistenti divergenze di veduta e di opinioni e non tutti hanno avuto gli stessi comportamenti. Basti ricordare che fra loro ci sono stati convinti assertori della monarchia e, al tempo stesso, uomini che con la monarchia hanno rotto, e altri ancora sostenitori dell'unita d'Italia, oppure repubblicani. 
  
 

Note
7. Ferrante Antonio: Op. cit. pag. 11. 
 
8. Ferrante Antonio: Op. cit. pag. 11. 
 
9. Musi Febonio: Abate avezzanese, autore della "Historia Marsorum". Scopri le prime epigrafi civitane. "Histoniae Marsorum Libri Tres". Auctor Mutio Phoebonio Marso, Neapoli, 1678. 
 
10. Mommsen Teodoro: (1817-1903). "Corpus inscriptionum latinarum". Di questa documentazione epigrafica civitana, extra ed intra urbana, il Mommsen include nella sua opera solo 14 lapidi sul totale di 26 di cui si ha notizia. 
 
11. Di Cesare Francesco: "Antino Citta e Municipio ne' Marsi . Domenico De Sanctis". Riduzione. Civita d'Antino, 1980. A cura della Pro-Loco di Civita d'Antino. 
 
12. Garrucci Raffaele: "Bollettino Archeologico Napolitano". 1853. Napoli. 
 
13. Ferrante Antonio: Op.cit. Pag. 26. 
 
14. Guattani Giuseppe Antonio: "Monumenti Sabini" e "Memorie enciclopediche sulle antichita e belle arti di Rorna",1817. Francesco, dopo la scoperta del cippo dedicato alla dea Angizia scopri, nel 1808, I'antichissima citta di Angizia e ricostrui anche la pianta architettonico orografica. 
  
15. Ferrante Antonio: Op.cit. Pag. 30. Questa catena posta all'ingresso de1 Palazzo stava ad indicare una sorte di limite di extraterritorialita oltre il quale chi I'oltrepassava restava sotto la protezione e giurisdizione dei Ferrante; e cioe, qualcosa di molto simile a quanto accade oggi con le sedi diplomatiche. Ovviamente, era un gesto di estrema fiducia, un vero privilegio, verso la persone alle quali veniva concessa da parte della Casa Reale. 
  
16. Morichini Domenico, chimico a medico illustre. Nacque a Civita d'Antino nel 1773. A 21 anni, a seguito di concorso, occupava gia la Cattedra di chimica de1l'Universita di Roma e la mantenne praticamente sino a poco prima della sua morte. Oggi, il Morichini, e considerato il "restauratore della chimica in Italia ". Anche lui ebbe a che fare con la Danimarca seppure in modo singolare: dal Re danese fu insignito dell'Alta onorificenza di "Cavaliere di Danebrog". Presto preziosi servizi medici presso la Casa Pontificia. Mori a 63 anni nel 1836, la sua salma venne seppellita nella tomba gentilizia in San Marcello al Corso, Roma, e il monumento che gli fu eretto e opera dello scultore Tadolini. 
 
 
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